ALMe Lab è stato un laboratorio espressivo teatrale di nove incontri, ideato e condotto da Veronica Pinto di Le Tre Ghinee APS realizzato all’interno del progetto “Finalmente Io” gestito dal Consiglio Italiano per i Rifugiati e finanziato con la quota Irpef dell’otto per mille allo Stato.
Una ventina di persone con background migratorio provenienti da sei paesi, sudamericani, africani ed europei. Persone di recente immigrazione e nuove generazioni di italiani. Cinque lingue: italiano, spagnolo, arabo, inglese, francese.
Venti persone sconosciute e cinque lingue in una stanza: necessariamente, la fase d’avvio del laboratorio doveva essere strutturata nel tentativo di costruire le migliori condizioni perché qualcosa potesse accadere. Un clima giocoso, di fiducia e, prima della parola, il corpo.
Così è stato.
Esercizi, giochi e attività fisiche e vocali sono entrati in azione e hanno funzionato come dispositivi capaci di aprire all’espressione individuale e al fare teatrale comunitario. Il gioco ha cominciato a fare quello che una lingua comune non avrebbe potuto fare così velocemente: mettere in relazione. La grande mescolanza delle lingue, lontana dall’essere considerata un problema, è stata utilizzata per ampliare la comunicazione vocale-corporea, individuale e relazionale.
Canti provenienti dai paesi d’origine, testi tradotti e ritradotti, lingue che entravano una dentro l’altra, Grammelot, suoni. La mancanza di un codice univoco per tutto il gruppo è diventata così una possibilità creativa.
Nella seconda fase, la proposta è stata quella di entrare nella saga tebana, specialmente in Edipo re e Antigone, passando attraverso l’anima di alcune figure: Creonte, Antigone, le guardie al controllo del corpo di Polinice e soprattutto i due fratelli Eteocle e Polinice.
Le storie costruite sono emerse dalla rimodulazione dei materiali d’azione e di improvvisazione portati dai partecipanti nella prima fase del lavoro. Il principio di lavoro seguito è stato quello di mettere al centro queste figure: una tavola imbandita di storie e miti, perché ogni partecipante potesse trovarci dentro qualcosa che richiamasse a sé: un gioco leggero di riconoscimento di proprie forze psichiche e di scoperta di altre, magari nascoste, da poter utilizzare.
“Èthos anthrōpō daimōn»: «Il carattere dell’uomo è il suo demone”1.
“Affinché vi sia tragedia, il testo deve poter significare allo stesso tempo: nell’uomo, ciò che viene chiamato demone è il suo carattere, e all’inverso: nell’uomo ciò che si chiama carattere è in realtà un demone”2.
Se al daimōn greco si affianca anche la lettura hillmaniana di un nucleo psichico preposto alla realizzazione del proprio destino, allora passare per la tragedia poteva davvero essere un percorso interessante per favorire l’espressione di sé.
La tragedia è diventata una porta.
Dentro e dietro Antigone, Creonte, Eteocle e Polinice sono apparsi i presenti, altre storie, altri fratelli, altre sorelle. Il coro sofocleo e quello brechtiano si sono riuniti:
“Molte meraviglie vi sono al mondo, nessuna meraviglia è pari all’uomo”.3 E, insieme:
“Tra quante cose esistono di terribili, nessuna è più terribile dell’uomo”4
L’amore e la conflittualità nella fratellanza e nella sorellanza umana sono stati ripensati attraverso le proprie lenti specifiche: personali, familiari, culturali e sociali.
Cadere in un pozzo e confrontarsi con un cobra, sostenuto dall’alto da un amico. Litigare con il proprio fratello per un lavoro di raccolta del carbone. Cantare insieme, brilli, mentre si torna a casa a piedi perché chi doveva comprare i biglietti dell’autobus per il ritorno, aveva comprato invece la birra. Sentirsi difeso dal proprio fratello maggiore da ragazzini, beccati a rubare mango.
Conoscersi dopo decenni. Mancarsi. Volersi. Desiderarsi perché lontani migliaia di chilometri. Hey, ti ricordi quando…?
La tragedia, con la sua distanza e il suo eccesso, ha fatto sì che si potesse parlare senza dover necessariamente raccontare se stessi, pur essendo liberi di farlo.
E insieme alle storie è sempre stato presente il gioco: guardie sorde, cieche, un po’ sceme, che perdono cadaveri. Le risate liberatorie sulla morte quando la morte è tanta, troppo presente. Maledizioni come illuminazioni.
È anche questo che il laboratorio ha sostenuto: non scegliere una sola tonalità dell’esperienza. Poter essere tragici e ridicoli, soli e sostenuti, arrabbiati e innamorati, fratelli che si abbracciano e fratelli che si contendono un pezzo di terra.
La saga tebana è stata così continuamente spostata dalle storie di chi la attraversava e quelle storie, a loro volta, sono state spostate dal mito.
Il percorso è stato ripreso e ne è nato un breve documentario sull’esperienza.
Per continuare a rivedersi, per potersi ritrovare e lasciare una traccia di quei nove incontri: non una restituzione definitiva di ciò che è stato, ma frammenti di quelle immagini, voci, corpi, storie, perché “contino qualcosa e abbiano coscienza di contare”5.
Guarda il video:
- Eraclito, fr. 119 DK (22 B 119), in I presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di G. Giannantoni, Roma-Bari, Laterza, 1969.
- Jean-Pierre Vernant, Pierre Vidal-Naquet, Mito e tragedia nell’antica Grecia. La tragedia come fenomeno sociale, estetico e psicologico, traduzione di Mario Rettori, Torino, Einaudi, 1976
- Sofocle, Antigone, trad. it. di M.G. Ciani, in Antigone. Variazioni sul mito, a cura di M.G. Ciani, Marsilio, Venezia 2001, p. 30
- B. Brecht, Antigone, trad. it. di M.G. Ciani, in Antigone. Variazioni sul mito, a cura di M.G. Ciani, Marsilio, Venezia 2001, p. 131.
- Simone Weil, La condizione operaia, trad. di Franco Fortini, Milano, Edizioni di Comunità, 1974, p. 153.




